Sterilizzare le donne per ridurre il tasso di fecondità?

La fecondità è ciò che precede la natalità e si misura con il TFT (Tasso di Fecondità Totale), che indica, in un determinato anno, il numero medio di figli per donna in età feconda, considerando come arco temporale l’intervallo 15-49 anni. La fecondità dipende da una serie di variabili che intervengono, si intrinsecano tra loro, fattori socio-economici come l’industrializzazione, la transizione demografica, l’urbanizzazione, la condizione e l’emancipazione della donna, il suo inserimento o meno nel mondo lavorativo, l’intervallo di tempo tra un figlio e un altro, e altri fattori culturali e sociali. Il panorama mondiale è altamente disomogeneo: nei paesi in via di sviluppo si rende necessario attuare politiche volte alla riduzione della fecondità. Tra i paesi con i più alti tassi troviamo l’Africa Subsahariana, nello specifico paesi come Kenya, Ghana, Zambia, Botswana e Nigeria (paese più popoloso del continente africano, con una media di 6,5 figli per donna).

La pratica di sterilizzazione della donna è una metodica permanente di controllo della fertilità. Consiste in un intervento chirurgico, praticato in anestesia locale o totale, attraverso il quale un tratto delle tube viene legato o reciso, impedendo così l’incontro tra la cellula uovo e gli spermatozoi. Sia l’ovulazione che il flusso mestruale si svolgono normalmente, e anche a livello ormonale non ci sono cambiamenti. Nei paesi sviluppati è considerato un intervento sicuro e semplice, le complicanze gravi rappresentano il 2-3 per mille. Purtroppo non è possibile affermare la stessa cosa per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo, dove questa pratica è oggetto di molte polemiche e dibattiti internazionali. Molto spesso viene eseguita in maniera coercitiva, con una strumentazione non idonea, non sterile, in luoghi non idonei, da personale non qualificato, e questo porta numerose e spesso gravi conseguenze sulla salute della donna, anche la morte.

In Sudafrica le donne sieropositive (nel febbraio 2020 cinquanta donne in gravidanza e quasi tutte nere, portatrici del virus dell’HIV sono state sottoposte a sterilizzazione coatta). La pratica è emersa grazie ad un’inchiesta iniziata nel 2015 da due organizzazioni che si occupano di diritti delle donne. Le donne sono state minacciate dal personale, se non avessero firmato, avrebbero perso qualsiasi tipo di diritto a cure mediche e terapie. In Perù è stato messo in atto un programma di sterilizzazione forzata nei confronti di alcune etnie indigene (prevalentemente di madrelingua quechua), per cui l’allora presidente, Alberto Fujimori, insieme a tre ex ministri della salute, sono stati accusati di crimini contro l’umanità. Una commissione parlamentare ha raccolto dati secondo i quali sarebbero state sterilizzate 346.219 donne. La lista delle nazioni potrebbe proseguire ben oltre, prendendo in considerazione molti altri paesi, sia PS che PVS, che hanno attuato e continuano ad attuare questa pratica con motivazioni diversificate.

Uno dei paesi più popolosi del mondo, in cui il problema persiste, è l’India. In un articolo di Massimo Livi Bacci del 2018, pubblicato su www.neodemos.info, le previsioni per l’India, in riferimento alla popolosità, dicono che dal 2024 sarà il paese più popoloso del mondo, nonostante la natalità sia in declino. Entro il 2030 il paese raggiungerà un miliardo e mezzo di abitanti. Non sarà più quindi la Cina ad avere questo primato. “Video Volunteers”, ONG internazionale che si occupa di media e diritti umani, ha pubblicato una serie di video in cui viene denunciata la triste realtà indiana. Dal 1975, data in cui è stato proclamato lo stato di emergenza, sono stati sterilizzati forzatamente 6,2 milioni di uomini, questa pratica è stata riservata quasi esclusivamente al genere femminile. La questione è stata affrontata anche in un famoso articolo del New York Time intitolato appunto: “For Sterilization, Terget is Women. I volontari di Video Volunteers hanno denunciato, nello specifico, che le vittime di questa barbara pratica sono prevalentemente donne, di ceto basso, che non hanno dato il consenso per l’attuazione dell’intervento. Solo nel biennio 2013-2014 sono state praticate 4 milioni di operazioni di sterilizzazione, in India, 3 milioni e 900.000 su donne (solo 100.000 su uomini). Nello stato di Chhattisgarh, in India centrale, nel 2014-2015, molte donne sono decedute dopo operazioni di sterilizzazione mal riuscite, eseguite in centri non idonei.La situazione è grave, il governo indiano stanzia l’85% dei fondi per la pianificazione familiare, alla sterilizzazione. Appare evidente come queste donne siano doppiamente discriminate: come donne, e come donne appartenenti a ceti bassi. L’India pratica ormai da decenni queste barbarie, all’interno di un programma nazionale di controllo delle nascite. Spesso le donne sono incentivate a farsi sterilizzare perché viene offerto loro un contributo economico, da parte del governo, corrispondente a circa venti euro (c’è da tener presente che in India la cifra media quotidiana per poter vivere è di meno di due euro al giorno). In alternativa al denaro sono stati offerti anche altri beni come case o terreni. Questo è quanto riporta un articolo de “Il fatto quotidiano” del 2014, il quale afferma (e conferma) anche che spesso gli interventi vengono eseguiti da personale inesperto, e in strutture malmesse, assolutamente non in linea con gli standard igienico-sanitari che dovrebbero essere garantiti per una buona riuscita di qualsiasi tipo di intervento.

Negli ultimi decenni sono state svolte numerose indagini circa il tema della riproduzione, della salute delle madri, del controllo delle nascite, dell’utilizzo di metodi contraccettivi. La prima considerazione conclusiva è che maggiore è l’uso della contraccezione, minore è la natalità (esempio della Nigeria dove solo una donna su cinque usa metodi contraccettivi, e il numero medio di figli è di minimo cinque, e della Cina, dove invece quattro donne su cinque ne fanno uso, e la fecondità non arriva a due). La seconda considerazione, è che si raggiunge un livello di fecondità considerato basso (due figli di media per donna) quando la contraccezione è maggiore del 60%. E’ per questo motivo che i programmi di pianificazione familiare, ovviamente, puntano prevalentemente sulla diffusione e sponsorizzazione dei metodi contraccettivi. Parallelamente a questo, è di fondamentale importanza intervenire con adeguate politiche, per cercare di agire sulle motivazioni delle scelte individuali legate alla riproduzione. Il nodo centrale della problematica coinvolge contemporaneamente la sfera politica, economica e culturale, di conseguenza qualsiasi soluzione per il futuro dovrà tenere conto di tutti questi aspetti. (www.neodemos.infowww.riforma.it

Articolo scritto da: Denise Comparato

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