Lo stereotipo ebraico: un confronto tra storia e letteratura


“Un ebreo, non ha occhi? Non ha mani, un ebreo, membra, corpo, sensi, sentimenti, passioni? Non si nutre
dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi, soggetto alle stesse malattie, guarito dalle stesse medicine,
scaldato e gelato dalla stessa estate e inverno di un cristiano?… Se ci pungete, non sanguiniamo? Se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate, non moriamo? E se ci fate torto, non ci vendicheremo? – Se siamo come voi in tutto il resto, vi somiglieremo anche in questo. Se un ebreo fa torto a un cristiano, che fa il mite cristiano? Vendetta! E se un cristiano fa torto ad un ebreo, che farà, secondo l’esempio cristiano, l’ebreo paziente? Vendetta! Metterò in pratica la malvagità che mi insegnate, e sarà difficile che non superi i maestri.” (W. Shakespeare, Il mercante di Venezia, atto III, scena I)

Così Shylock l’ebreo giustifica il suo proposito di vendetta nei confronti di Antonio,
mercante di Venezia e garante del prestito di tremila ducati concesso all’amico
Bassanio. Quest’ultimo necessita della somma per poter corteggiare Porzia, ma
Antonio non può concedergli il prestito, avendo investito tutto nei suoi commerci
marittimi. Così si fa garante per lui presso Shylock, che odia Antonio per i suoi
prestiti gratuiti che fanno abbassare il tasso d’interesse a Venezia e per gli insulti che
egli rivolge all’ebreo pubblicamente. Così Shylock impone che in caso di mancato
pagamento del debito, Antonio dovrà pagare con una libbra di carne del proprio
corpo, che Shylock pretende quando Antonio sembra non poter saldare il suo debito,
essendo le sue navi disperse in mare.
Joseph Shatzmiller, nell’introduzione del suo Shylock Reconsidered, uno studio sugli
ebrei e il prestito di denaro nella società medievale, tratteggia brevemente ciò che ci
ha lasciato l’opera di Shakespeare e quanto dell’immagine di Shylock appartenga alla
realtà europea:

“With the stage performance of The Merchant of Venice in 1605, Shakespeare established for centuries to
come the image of the Jewish moneylender as an execrable, pitiless usurer. That this portrait of a Jewish
usurer has taken such a hold on the European mind testifies not only to the genius of its creator but also to
the fact that Shylock’s story and personality genuinely sum up a whole European experience.”

Abbiamo quindi uno Shylock paradigma dell’ebreo spietato prestatore di denaro ad
usura, come nelle più classiche rappresentazioni medievali e moderne e, continua
successivamente Shatzmiller,


“In view of the medieval expressions of antagonism toward moneylending,[…] it is justifiable to observe that
The Merchant of Venice fits comfortably within a long European anti-usury tradition”

Allo stesso tempo però, Shatzmiller riconosce che

“[…]some readers of The Merchant of Venice may discern redeeming features in the personality and life
story of Shylock[…]”.

Shylock infatti rappresenta anche un prestatore di denaro che svolge
semplicemente il suo mestiere, pretendendo giustamente da Antonio la
restituzione del denaro prestato o il pagamento con la libbra di carne del corpo
del mercante. Nel suo monologo citato sopra, Shylock fa notare come tra lui
ebreo ed un qualsiasi cristiano non ci sia nessuna differenza, nel bene e nel male.
Gli stessi personaggi cristiani rimproverano Shylock per la sua disonestà, per
l’inganno, un altro stereotipo tipico strettamente collegato al prestito di denaro ad
usura; questi cristiani però, usano essi stessi dei trucchi per impedire a Shylock
di ottenere ciò che gli spetta.
Il giudice che presiede la causa intentata da Shylock contro Antonio è infatti Porzia
abilmente travestita da Baldassarre, il sostituto del giurista e consulente del Doge
Bellario; alla richiesta di Bassanio (che aveva già offerto seimila ducati a Shylock) di
non procedere con la sentenza inizialmente non conosce obiezioni:


“Non può essere. Non c’è potere a Venezia che possa cambiare una legge in vigore. Costituirebbe un
precedente, e su quella base gli abusi inonderebbero lo stato. Non si può.”


Ma subito dopo costringe praticamente Shylock a rinunciare al proposito di ottenere
la libbra di carne:


“[…] Quest’obbligazione non ti dà una goccia di sangue, dice espressamente “una libbra di carne”. Prenditi
quindi la penale, prenditi la tua libbra di carne, ma se tagliandola versi una sola goccia di sangue cristiano,
per la legge veneziana le tue terre e i tuoi beni ti sono confiscati a favore della repubblica”


La situazione viene quindi ribaltata e Shylock rischia anche la vita perché
Porzia/Baldassarre afferma che


“[…] se c’è la prova che uno straniero direttamente o indirettamente attenta alla vita di un cittadino
veneziano, alla persona contro cui ha tramato spetterà metà dei suoi beni, mentre l’altra metà va alle casse
dello stato, e la vita del reo è alla mercé soltanto del Doge, senza appello. Io affermo che tu ricadi in tale
situazione, giacché appare in modo flagrante che direttamente ed indirettamente hai tramato proprio contro la vita dell’imputato[…]. In ginocchio, e supplica clemenza dal Doge.”


Venezia dunque, città in cui gli ebrei ottengono la prima condotta al prestito nel
1385, ma già dieci anni dopo vengono espulsi e si stabiliscono sulla Terraferma.
Con l’editto di espulsione dalla Spagna promulgato il 31 marzo 1492 e che impone
agli ebrei di lasciare il paese entro il 2 agosto dello stesso anno, gli esuli prendono
varie direzioni. Il vicino Portogallo, da cui verranno espulsi nell’ottobre 1497;
l’Impero Ottomano, in cui vengono accolti alle stesse condizioni degli ebrei che già
vi risiedono; i Paesi Bassi; infine l’Italia, e con essa Venezia, che accoglie i profughi
spagnoli e portoghesi.
Gli ebrei della Terraferma sono concentrati a Mestre, da dove continuano le loro
attività con la laguna, pur senza insediarvisi stabilmente. La sconfitta veneziana nella
battaglia di Agnadello il 14 maggio 1509 rappresenta uno spartiacque per gli ebrei
della Terraferma che, minacciati dalle truppe francesi, fuggono a Venezia. Riescono
ad insediarvisi grazie ai prestiti e contributi versati alla Repubblica, che li ritiene
fondamentali per l’economia cittadina. Nel 1516 infine, viene concesso loro di
stabilirsi definitivamente in città, con l’insediamento della comunità nel quartiere del
Ghetto Nuovo, da cui verrà ripreso il termine ghetto come sinonimo di quartiere
ebraico in generale.
Ebrei e attività commerciali, un binomio che ritroviamo in un’altra opera del periodo
elisabettiano di Christopher Marlowe, L’ebreo di Malta. Il protagonista è Barabba, un
ricco ebreo che risiede sull’omonima isola, che possiede beni in tutta Europa e che
vive la sua esistenza solo per aumentare la propria ricchezza, come si evince dal
monologo d’apertura:


“Dunque, da quello, questo ho guadagnato così, del terzo delle navi persiane, l’operazione è chiusa e
soddisfatta. Quanto ai Saminti e gli uomini di Uz coi miei olii spagnoli e vini greci, eccoli qua insaccati, i
loro spiccioli. Oh, che noia contare questa miseria! Datemi gli Arabi munifici che pagano i loro acquisiti con
lingotti d’oro, così in una giornata puoi incassare quel che ti basta per tutta la vita. Il poveraccio che mai
toccò un soldo, si stupirebbe di una ricchezza simile; ma quando hai piene zeppe le casseforti, quando tutta
la vita ti sei sciupate le punte delle dita contando scudi, non hai più voglia, da vecchio, di stancarti e di
sudare a morte per una lira.”


David Nirenberg, nel suo Anti-Judaism: The Western tradition, dedica un capitolo al
rapporto tra cristiani ed ebrei, analizzando varie parti del Mercante di Venezia,
facendo notare che


“It is true that the characters in the Merchant make greater claims to sympathy and humanity than those in
its influential predecessor, Christopher Marlowe’s Jew of Malta (ca. 1589), in which not only the title
character, but Christian and Muslim protagonists as well, are cynical distillations of villainy”


Ancor più di Shylock, Barabba è quindi un protagonista in negativo, a partire dal suo
nome, lo stesso del criminale che secondo la tradizione cristiana viene liberato da
Ponzio Pilato secondo il volere della folla, a discapito di Gesù.
Facile quindi pensare a tutta la tradizione antigiudaica costruitasi attorno alla morte
di Cristo, a partire dalla figura dell’ebreo errante Aasvero. Secondo la leggenda
infatti, Aasvero è un ebreo che spinse Cristo ad affrettarsi verso il luogo della sua
crocefissione, negandogli conforto e rifugio. L’ebreo errante sarebbe quindi
condannato a vagabondare senza meta e senza dimora, leggenda che rafforza l’idea
dell’ebreo come eterno straniero, senza patria e senza radici.
Dalla leggenda alla realtà, gli ebrei non sono considerati cittadini nei luoghi in cui
risiedono, dovendo attendere le emancipazioni ottocentesche per ottenere pieni diritti
di cittadinanza, pur rappresentando un elemento costante della società occidentale.
Gavin Langmuir, nel suo Toward a Definition of Antisemitism, afferma che


“The existence of Jews and the majority’s reaction to them have been an enduring element in Western
consciousness, an element whose precise nature has varied with social change, but an element that has
nonetheless maintained a striking continuity. Even when Jews were least important or were physically
absent, they have been part of the mythology of the West: The Jew of Malta and The Merchant of Venice
were written in and for a society in which the residence of Jews had been illegal for three hundred years”


Mentre con la fine dell’età medievale il mondo occidentale si trasforma, le scienze e
le tecniche progrediscono, le grandi masse non cambiano ancora le condizioni di vita
e la mentalità, di cui l’antisemitismo sembra esserne una parte integrante. Gli stessi
Ebrei vivono, secondo Léon Poliakov, all’interno di una società ostile in uno stato di
ristagno, senza mutare i costumi e gli usi degli antenati, con i loro modi di vita
particolari.


“[…] si fece avanti, timoroso ed esitante, con molti inchini di grande umiltà, un vecchio alto e magro che,
tuttavia, per l’abitudine di piegarsi aveva perduto molto della sua vera statura; […] I suoi lineamenti, sottili e
regolari, con il naso aquilino e gli occhi neri e penetranti, la fronte alta e rugosa, i lunghi capelli grigi e la
barba, avrebbero potuto dirsi belli se non fosse stato per i tratti fisionomici inconfondibili di una razza che in quegli anni oscuri era detestata dal popolino credulone e pieno di pregiudizi e perseguitata dalla nobiltà avida e rapace e che, forse proprio in seguito a questo odio e a questa persecuzione, aveva adottato un carattere nazionale nel quale, a dir poco, c’era una notevole dose di meschinità e sgradevolezza”

Così Walter Scott, nel suo Ivanhoe, introduce la figura di Isacco di York, il ricco ebreo prestatore di denaro, a cui si rivolge anche il principe Giovanni, fratello del re Riccardo e usurpatore del trono d’Inghilterra, che ha bisogno dei soldi per mantenere il suo potere.
Nella descrizione di Isacco troviamo alcune peculiarità fisiche che diventeranno
importanti per la caratterizzazione dello stereotipo ebraico nel XVIII e XIX secolo. Il
naso adunco viene descritto nel 1853 da Carl Gustav Carus nel suo Simbolismo della
forma umana, definendolo una caratteristica ebraica, mentre più di un secolo nel
1711 ne aveva parlato Johann Schudt nelle sue Peculiarità ebraiche.
“Meschinità e sgradevolezza” dunque, ma anche qui, come nel caso di Shylock, al
solito stereotipo dell’ebreo prestatore di denaro ad usura e che trama contro i
cristiani, si contrappongono alcune caratteristiche positive. Infatti Isacco aiuta il
protagonista Ivanhoe a procurarsi un cavallo e un’armatura per prendere parte al
torneo di Ashby-de-la-Zouche, in cui si confronterà con i migliori cavalieri del regno,
alla presenza del principe Giovanni.
Isacco ha anche una figlia, Rebecca, presente al torneo, il cui profilo
“avrebbe ben potuto essere paragonato a quello delle più procaci bellezze d’Inghilterra[…]”.
Rebecca infatti è una bellissima donna, fedele alla sua religione, esperta di medicina
orientale che, nel corso della narrazione, fa innamorare il cavaliere templare Brian de
Bois-Guilbert. Il Gran Maestro dei Templari, Lucas De Beaumanoir, viene a
conoscenza dello sconveniente amore di Bois-Guilbert verso un’infedele. Ma il
precettore di Templestowe (sede dei Templari), Alberto de Malvoisin, riesce a
convincere Beaumanoir a non punire il cavaliere, bensì ad accusare di stregoneria
Rebecca, che avrebbe circuito e fatto innamorare Bois-Guilbert grazie a qualche
sortilegio derivante dalle sue conoscenze in fatto di pozioni e pratiche curative.
Durante il processo contro la “strega”, Bois-Guilbert propone a Rebecca di fuggire
assieme, ma quest’ultima rifiuta e si appella ad un paladino che possa combattere per
lei contro Bois-Guilbert per dimostrare la sua innocenza. Ivanhoe si presenta per
sfidare il templare, che soccombe a causa di un infarto provocato dai forti sentimenti
contrastanti che prova in quella situazione così delicata.
Interessanti sono le ultime affermazioni di Rebecca riguardo alle condizioni degli
ebrei in Inghilterra e ai propositi di partenza per la Spagna:

“[…] Mio padre ha un fratello che gode il massimo favore di Mohammed Boabdil, re di Granata; andiamo là,
certi di aver pace e protezione dietro il pagamento del riscatto che i musulmani esigono dal nostro popolo.
[…] il popolo inglese è una razza fiera, sempre in lotta con i vicini o con se stessa, pronta a infilzare con la
spada. Questo non è un rifugio sicuro per i figli del mio popolo.[…] In una terra di lotte e di sangue,
circondata da vicini ostili e dilaniata da fazioni interne, Israele non può sperare di riposarsi nelle sue
peregrinazioni.”


La presenza ebraica in Inghilterra è strettamente collegata alla conquista normanna
dell’isola; pare infatti che non esistessero insediamenti ebraici prima dell’arrivo di
Guglielmo il Conquistatore. La provenienza “francese” e l’esprimersi in lingua
francese, la lingua dei nuovi padroni, li rese ancora più estranei nei confronti della
popolazione sassone. Gli ebrei inglesi erano soggetti alla corona, che garantiva loro
una certa indipendenza. Come nel resto d’Europa gli ebrei sono sì praticanti del
prestito ad interesse, ma esso non è la loro unica fonte di sostentamento, come
vorrebbe lo stereotipo a loro affibbiato. Fra di loro vi sono anche fabbri, soldati,
pescivendoli, straccivendoli, medici, grossisti e bottegai.
Non poteva mancare fra gli stereotipi ebraici, l’accusa di omicidio rituale, di cui
troviamo traccia nella vicenda di Ugo di Lincoln.
A Lincoln nell’estate del 1255 viene ritrovato in fondo ad un pozzo appartenente ad
un ebreo del luogo, Copino, il corpo di Ugo, un bambino di otto anni. Il grande
concorso di ebrei forestieri presenti nella cittadina è più di un semplice indizio per gli
accusatori e Copino, interrogato e torturato, confessa. Nella sua confessione l’
imputato afferma che ogni anno gli ebrei del regno sono soliti crocifiggere un
bambino cristiano in segno di spregio alla passione di Cristo, un modello standard
nelle accuse di omicidio rituale. Ugo di Lincoln infine viene proclamato santo.
La sua vicenda è di ispirazione per Geoffrey Chaucer, che nei Racconti di
Canterbury
, e più precisamente nel Racconto della madre priora, narra una vicenda
di omicidio rituale. Un bambino di sette anni devoto a Maria, per la quale canta l’inno
“Alma Redemptoris Mater”, viene ucciso da un gruppo di ebrei; essi vengono però
scoperti e condannati a morte, mentre il bambino continua ad intonare l’inno a lui
caro. Nel finale del racconto è esplicito il riferimento alla vicenda di Lincoln:

“O yonge Hugh of Lincoln, slayn also
With cursed Jewes, as it is notable,
For it nis but a litel while ago,
Preye eek for us, we synful folk unstable,
That of his mercy God so merciable
On us his grete mercy multiplie,
For reverence of his mooder Marie. Amen.”


Chaucer scrive i suoi racconti a partire dal 1387, quasi un secolo dopo la cacciata
degli ebrei dall’Inghilterra. L’editto di espulsione viene promulgato infatti il 18 luglio
1290 e agli ebrei viene intimato di lasciare l’isola entro il 1 novembre. Il re Edoardo I
emana anche un editto che impone agli sceriffi di adoperarsi affinché gli ebrei
possano lasciare il paese senza subire violenze. Non risultano atti di ribellione o di
opposizione al provvedimento, mentre è probabile che alcuni ebrei siano rimasti
illegalmente sull’isola, un fenomeno comunque difficile da quantificare. Dopo
l’espulsione gli unici ebrei che possono rimanere in Inghilterra sono quelli convertiti
al cristianesimo.
Abbiamo visto quindi che gli stereotipi attribuiti agli ebrei nel corso della storia
trovano spazio nelle opere letterarie qui presentate, con diverse sfumature di giudizio
legate all’autore e al suo tempo, passando dalla condanna senza appello nei confronti
degli ebrei del Racconto della madre priora all’ammirazione nei confronti della
coraggiosa Rebecca in Ivanhoe.

Articolo scritto da: Federico Bedogni

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