Cross-dressing: la nuova frontiera dell’abbigliamento

Avete sentito parlare di cross-dressing? Letteralmente significa incrocio di abbigliamento: i crossdresser sono infatti quelle persone che decidono di travestirsi con abiti tipici del sesso opposto, in alcuni ambiti della loro vita quotidiana, al di là del loro orientamento sessuale. Un uomo in gonna e tacchi a spillo per intenderci, ma eterosessuale. Farebbe ancora strano se dovessimo incrociarlo per strada, vero?

In realtà, se ci pensiamo bene, la donna è stata pioniera di questa tendenza nell’indossare capi emblema dell’universo maschile, quali pantaloni, giacche, smoking, cravatte. Le nuove tendenze della moda poi, così come marchi internazionali ed influencer, contribuiscono sempre più a ridurre i confini tra i sessi dal punto di vista della forma: l’abbigliamento unisex la fa spesso da padrone nei negozi di grandi catene d’abbigliamento, prevalendo sulla distinzione tra maschile e femminile e dando origine al genere X.

Abbiamo visto di recente come al Festival di Sanremo si siano esibiti tanti cantanti maschili che hanno portato un esempio di quella fluidità stilistica di cui, nel passato, sono state icone star internazionali come David Bowie, Prince, Boy George, Freddie Mercury, Grace Jones, Lady Gaga. In Italia, ieri toccava a Renato Zero. Oggi a Ghali e Mahmood, a Damiano (il leader dei Maneskin) ed al giovanissimo rapper Sangiovanni, che in occasione della Festa del Cinema di Roma si è presentato con una lunga gonna nera, giacca da smoking e smalto blu elettrico, unendo nell’abbigliamento elementi maschili e femminili senza alcun pudore.

Siamo nel 1985, quando Jean Paul Gaultier scardinò per primo i dettami della moda nella sua sfilata “E Dio creò l’uomo”, proponendo pantaloni a gamba larghissima con una falda ripiegabile davanti: era a tutti gli effetti una gonna da uomo. Poi lo seguirono a ruota altri stilisti come Marc Jacobs, Yohji Yamamoto, Vivienne Westwood, Karl Lagerfeld, Tom Ford con il marchio Gucci.

Negli ultimi anni poi, tanti esempi di cross-dressing si sono imposti sulle passerelle di Parigi e Milano ma ancora non liberamente negli armadi maschili…sussiste ancora un forte gap tra passerelle-tappeti rossi e quello che poi è realmente l’abbigliamento quotidiano.

Oltre alla moda, anche la società ha contribuito e contribuisce in gran parte al cambiamento culturale che vede la donna indossare sempre più maggiormente i pantaloni rispetto all’uomo: una donna indipendente economicamente, che ricopre ruoli lavorativi fino a qualche decennio fa prerogativa assoluta dell’uomo, con uniformi e divise prettamente maschili.

Se andiamo a ritroso nel passato, culture diverse ci insegnano come l’uomo abbia regolarmente indossato – ed in alcuni casi, ancora oggi -lunghe tuniche e gonne: gli arabi (soprattutto sceicchi) con il loro lungo vestito bianco detto jalabiya, che indossano ancora oggi; i greci e gli uomini romani con il peplo; ma anche gli egiziani antichi, che indossavano lo shendyt, un indumento a forma di gonnellino; anglosassoni e normanni usavano indossare abbigliamenti particolarmente stretti e sinuosi, e non ci dimentichiamo del kilt, il leggendario gonnellino a quadretti, indossato ancora dagli scozzesi in determinate occasioni, soprattutto cerimonie militari.

Spostandosi in Oriente e fuori dall’Europa, vediamo poi come in parecchi paesi (quali Indonesia, Africa, Medio Oriente, India, Filippine) gli uomini indossano regolarmente gonne come parte del loro vestiario tradizionale. In Giappone, ad esempio, l’emblema del costume da samurai giapponese è un pantalone-gonna con pieghe multiple chiamato hakama. Anche il costume maschile tradizionale cinese prevede un “vestito a portafoglio” fino ai talloni, allacciato con una cintura larga.

Poi abbiamo il pareo o sarong,  una versione multifunzionale della gonna e chiamato in modo diverso a seconda del luogo dove viene indossato: in Thailandia pareo o pakome; sull’Isola di Samoa lava lava, presso le isole Fiji sulu, in Brasile kanga, Kenya ki-koi ed in India lungi.

Abbiamo visto come il cross dressing sia già realtà in diverse culture, nella storia, nella moda, nello spettacolo. 

Se ci spostiamo in ambito teatrale, per molti secoli, il teatro è stato prerogativa degli uomini che recitavano anche parti da donna. Ecco che anche nel cinema e a teatro, il cross-dressing è stato sempre ben accetto e non ritenuto particolarmente scandaloso. Almeno fino all’avvento nel mondo dello spettacolo del fenomeno Drag Queen – uomini che si vestono da donna – o dei Drag King – donne che si vestono da uomini: ma anche in questo contesto, con il passare sempre più degli anni, l’uso alternato di abiti femminili e maschili, si può dire non desti più nessun scalpore.

Perfino nel mondo dei cartoni animati abbiamo un esempio di crossdresser incontrata nella cultura di massa: il personaggio inventato Lady Oscar. Si tratta della giovane donna educata fin da piccolissima come un maschio – per poi diventare soldato – che vediamo nel cartone animato vestita sempre in tenuta di abbigliamento militare, tranne in una celebre puntata in cui si reca a un ballo a Versailles e nessuno la riconosce!

Alla luce di tutti questi esempi, allora perché un uomo in gonna e tacchi desta ancora scalpore?

Forse probabilmente perché siamo abituati al nuovo ruolo della donna nella società, al suo uso dei pantaloni anche metaforicamente parlando ed al raggiungimento di una parità tanto agognata. Diversamente l’uomo non dovrebbe aver bisogno di raggiungere nessuna parità, dato che gli è sempre stato riconosciuto uno status superiore per natura.

Poi pregiudizi di fondo su di un tipo di abbigliamento femminile, indossato da un uomo, ci porta prevelentemente a una connotazione sessuale: l’uomo che indossa abiti femminili non può essere etero. Questo è quello che automaticamente la nostra mente ed i nostri ragionamenti intrisi di condizionamenti culturali ci portano a pensare. Ed ecco che gli uomini hanno sicuramente paura di indossare le gonne per non essere considerati omosessuali.

Per contrastare i pregiudizi, sarebbe opportuno ricordare che la psicologia non percepisce il crossdressing come un disturbo, a meno che non influisca negativamente sulla vita quotidiana di una persona. In altre parole, bisognerebbe comprendere i vari motivi che spingono una persona a diventare crossdresser: probabilmente, un senso di libertà e benessere interiore che si manifesta indossando un particolare capo di abbigliamento allo stesso modo come attraverso una scelta di arredamento per una casa, un modello di vettura, un pasto…un viaggio.

Uno dei crossdresser più noti d’Italia è Stefano Ferri, manager – oggi a capo di un’agenzia di eventi e pubbliche relazioni – sposato e padre di una bimba di 7 anni. Nel suo armadio ha prevalentemente vestiti da donna, ma continua ad essere etero-sessuale a tutti gli effetti, e non solo perché ha famiglia. Lui ha dichiarato proprio questo senso di libertà ottenuto nell’indossare capi di abbigliamento femminili e di avere una parte femminile (Stefania) che alla fine si è manifestata con i vestiti, ma che non cambia le sue abitudini sessuali, così come anche le sue passioni tipicamente maschili.

Forse, per non trovare più destabilizzante un uomo con la gonna, abbiamo solo bisogno di un’evoluzione graduale e continua…com’è successo per le donne con i pantaloni.

Articolo scritto da: Lara Ferrari

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