“La musica (…) c’è” eccome, se a darle voce è Coez

A pochi giorni dalla fine delle date romane del suo Tour, l’artista Silvano Albanese, in arte “Coez”, ci regala la sua presenza in quello che può essere definito il “Sanremo” di San Giovanni, a Roma, svoltosi il primo maggio scorso, ricorrenza per i diritti dei lavoratori.

Tra i tanti artisti di successo susseguitisi sul palco, sgomita tra chi ne ha fatta di gavetta per arrivare dov’è ora, meritatamente e dopo tanto tempo.

E’ arte e passione plasmata e trasformata in un lavoro, con quella facilità e quasi noncuranza tipica un po’ dei romani un po’ dei veri artisti.

All’appuntamento storico del panorama musicale romano, frequentato da tanti giovani laziali e non solo, in un tripudio di luci, flash e riflettori ha avuto inizio lo show del cantante di adozione romana, che ha riconfermato per l’ennesima volta la sua facilità di creare una fusione completa con il pubblico dando vita a grandi hit.

Poco conta il luogo, che sia la piazza di San Giovanni del concertone o il club raccolto dai fan più accaniti o ancora il palazzetto, l’emozione è sempre la stessa ed è tangibile con mano, anche agli occhi dei meno esperti.

In tanti hanno infatti intonato le sue canzoni, celebrando le sue hit ed innalzando al cielo il cellulare per illuminare il palco a suon di cori e ovazioni generali.

Un Coez che si presenta a primo impatto irriverente, con un look senza limiti e provocatorio, composto da capelli verdi, occhiali da sole chiari e tuta blu come i Ghostbusters, ma che al tempo stesso non rinuncia all’intimità e all’umanità con i suoi testi, mostrandoci tutte le debolezze proprie dell’essere umano.

La sua musica ci parla di come la vita spesso sembra scivolarci via di mano e rinasca in alcune sensazioni quali la sofferenza vestita da leggerezza.

Da qui la contraddizione, la staticità è morte, ma può essere un punto da cui ripartire.

“Un anno senza musica che ha messo a dura prova ognuno di noi” come aveva accennato nella prima data romana al Planet, club romano che lo ha visto crescere, ci comunica la continua voglia di fare musica, per se stesso e per gli altri.

La musica in fondo altro non è che uno strumento di salvezza.
Ci salva dalle pause, da quegli stand-by, da una pandemia, in cui tante volte ci troviamo incastrati, consapevoli o non.

Uno stop a tutto, una corsa con le cuffiette, un lockdown, l’attesa della metro dopo il lavoro, della mamma che viene a prenderci all’uscita di scuola ma anche la trepidazione per un ritorno, la nostalgia di un amico lontano, di un amore che pensavamo di avere perduto per sempre, la bellezza sfiorita dei 20 anni o la ricerca della pace quando penso che oggi “voglio andare al mare”.

In un mondo che va sempre più veloce Coez ci insegna quindi in qualche modo a fermarci, a ragionare sulle proprie e altrui debolezze, perché nello stesso tempo questo ci mostra come ripartire.

E questo messaggio è proprio quello che il pubblico raccoglie e fa suo, inondandolo di grida, gioia, canti e polaroid, tanto per restare nostalgici.

Tra i vari ringraziamenti verso chi ancora rende possibile il mondo musicale ma da dietro le quinte, quei lavoratori che non riposano neanche nei giorni festivi e che nel 2022 sono sempre di più.

E’ bravo dunque a lasciarci con gli “Occhi rossi” alla fine di ogni canzone, e ci perdoneranno i critici musicali più duri, attenti alla scrittura perfetta, sempre ad etichettare o a catalogare, ma qui vince la persona piuttosto che il personaggio.

E’ la rivalsa dell’emozione semplice e diretta, la storia di chi non si vende e non scende a compromessi per arrivare al grande pubblico, ma poi ce la fa ugualmente perché ne condiziona inconsapevolmente i gusti.

Ne risentono pertanto gli altri generi, che lo rendono in qualche modo padre dell’indie ma non indie al tempo stesso, una musica che si è plasmata in qualcosa di nuovo e magico e che si riconferma ogni volta.

Pertanto saliamo su un “Jet” e culliamoci tra le “nuvole viola”, perché talvolta è giusto godersi una pausa da lassù e viversi lo spettacolo guardando da lì “le luci della città”, magari di Roma, dal momento che, come Coez, resta sempre un gran bello spettacolo.


Articolo scritto da: creativari

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