Cinque (buoni) motivi per cui guardare This is us

This is us è una delle migliori serie televisive degli ultimi anni. Lo si può affermare con certezza.

Parliamo di un dramma corale familiare: due genitori (Rebecca e Jack), tre gemelli (i “grandi tre” Kate, Kevin e Randall e relativi coniugi e figli), la tragedia che si consuma già nei primi episodi ed a cui ne seguiranno altre, come non mancheranno momenti felici e significativi. La storia di una famiglia numerosa raccontata su tre diverse temporalità –passato, presente, futuro– che guidano lo spettatore, lo tengono letteralmente incollato allo schermo e lo aiutano a capire tutto ciò che c’è da sapere sulla famiglia Pearson e su chiunque sia entrato in contatto con loro nell’arco della vita.

Prodotta dalla 20th Century Fox Television e diretta da Glenn Ficarra e John Requa, This is us si presenta al grande pubblico nel settembre 2016 sull’emittente statunitense NBC, per poi sbarcare tra gli altri anche in Italia appena due mesi dopo, e lo accompagna fino al 2022 con sesta conclusiva stagione. I più temerari l’hanno sicuramente seguita in prima TV (come si gestisce l’hype nell’attendere ogni volta una settimana per sapere qualcosa in più?), gli impazienti hanno aspettato la messa in onda per trovare tutti gli episodi in streaming e fare una bella maratona.

Una serie TV intrisa di sentimenti, emozioni, pathos che cattura e non lascia andare generando forte empatia con i personaggi. Non sarà semplice arrivare alla fine e sapere che quella è la conclusione definitiva perché durante la visione ci si inizia a sentir parte della famiglia Pearson, ci si sente un tassello di tutte quelle ramificazioni create da Rebecca e Jack.

Questo articolo inizia affermando che This is us è uno dei migliori prodotti televisivi dell’ultimo decennio; di seguito, senza nessuna pretesa di esaustività ed alla luce di un giudizio ed interpretazione del tutto personali, cinque (buoni) motivi a sostegno della tesi iniziale.

1. La vicinanza alla realtà. Il primo vero punto forte è l’essere irrimediabilmente attuale: puntata dopo puntata l’arco temporale presente va di pari passo con la vera attualità degli anni dal 2016 al 2022 fatta di versioni di iPhone che si susseguono, pandemie che scoppiano, presa di coscienza della propria sessualità (vengono trattate le tematiche dell’omosessualità e del non binarismo purtroppo non approfondite nelle stagioni successive e senza mostrare l’evoluzione sul piano temporale futuro, gran peccato). La vicinanza alla realtà sta anche nel raccontare con maestria dinamiche familiari complesse tra genitori e figli che diventano a loro volta genitori e tutti inesorabilmente alle prese con litigi, primi –eterni– amori, ansie, gioie, gratificazioni e baratri. In due parole: esseri umani; assistiamo a storie di esseri umani nella loro infinita e magnifica complessità. Soprattutto assistiamo a storie che non sempre hanno un lieto fine, storie che la crudeltà della vita la rendono palese e questo, più di ogni altra cosa, porta ad empatizzare.

2. Niente è casuale. Proprio così, nulla è lasciato al caso e se una scena viene mostrata un motivo sicuramente ci sarà e verrà spiegato più avanti. Spesso durante la narrazione i flashbacks e flashforwards alimentano il focus della puntata, spiegano qualcosa ed anche quando sembrano inseriti “a caso” hanno comunque una spiegazione (ne è esempio quella lei da cui tutti i personaggi si apprestano ad andare nei flashforwards delle prime stagioni e che verrà svelata solo in seguito). Non sono casuali neanche le vicende di famiglie che con i Pearson non hanno nulla a che fare e di cui inizialmente non si capisce il nesso, ma che si scoprirà essere stati inseriti come omaggi a precise personalità.

3. La dinamicità. È una serie TV mai uguale a sé stessa, mai ridondante né banale; nonostante sia oggettivamente lunga (106 episodi totali) non annoia e, anzi, sei stagioni sembrano essere anche poche. Dinamicità anche per i –tanti– personaggi che crescono non solo anagraficamente, li accompagniamo quasi tutti nel cammino a tappe dall’infanzia alla vecchiaia e ne gustiamo ogni sfumatura caratteriale ed assistiamo a tutte le loro evoluzioni. Sicuramente caratterizzati da pregi e difetti, lati dolci e sensibili e parti buie e nascoste, non si lasciano divorare bensì ognuno di loro affronta ogni faccia di sé facendoci a cazzotti o magari abbracciandola, sicuramente ad un certo punto decide di prenderla per mano con coscienza e viaggiarci insieme. Ogni personaggio acquisisce consapevolezza delle proprie luci e dei propri demoni del passato e li utilizza per diventare un adulto diverso ma sempre coerente ed attento; così, nel valzer di un’intera vita (fittizia ma quantomai reale), c’è chi fa pace con gli attacchi d’ansia e con l’idea di dover aiutare chiunque gli capiti davanti imparando ad accettare le perdite, chi mette definitivamente via la bottiglia ed il vestito da latin lover per indossare solo quello da padre, chi riesce a resistere ad un tavolo pieno di dolci, chi perde chili e cambia modo di vestire sé stesso e la propria anima. Insomma, tanto i personaggi quanto le storie cucite addosso ad essi non camminano mai su una linea retta, percorrono strade tortuose a volte con scorciatoie che non gli permettono di essere ciò che erano ed è giusto così.

4. Un super cast. Il cast è il più azzeccato per uno show come questo. Il mestiere dell’attore può dirsi riuscito solo se si è in grado di generare empatia nel pubblico e chiunque abbia seguito anche solo un episodio di questa serie ha di sicuro provato almeno la metà del sentimento a cui stava assistendo (le lacrime di Randall sognate la notte per una settimana, storia vera). Non attori che hanno preso parte a pellicole cult –il più conosciuto in Italia è probabilmente solo il grande Milo Ventimiglia oltre a Sylvester Stallone in un cameo d’eccezione– ma non se ne potrebbero immaginare altri al posto loro. Dal primo all’ultimo, dal più grande al più piccolo, ciascun interprete ha assolutamente centrato il personaggio e tutte le sue sfaccettature. Chapeau a tutti loro.

5. La sceneggiatura. Dan Fogelman –lo sceneggiatore– è semplicemente un genio. La scrittura di ogni puntata è curata nei minimi dettagli, serve prestare attenzione a tutto ciò che viene mostrato perché, come quando si ritrovano in garage le scatole impolverate con gli oggetti della nostra infanzia, così ritroviamo particolari visti due o tre o più stagioni prima in quelle successive. In quanto a genialità vanno sicuramente menzionati gli episodi del “vecchio Toby” e del treno (entrambi sesta stagione), vedere per credere e chi ha già visto capirà. L’eccezionalità della penna di Fogelman sta anche nel dare spazio a tutti i personaggi, nell’aver raccontato per bene ognuno di loro senza escludere nessuno, a ricordarci che sono tutti importanti e che c’è un tempo ed uno spazio per ciascuno.

Se una lista di cinque motivi non sembra sufficiente a persuadere qualcuno ad iniziare This is us o a chi lo ha già fatto sembra incompleta, eccone un sesto bonus che metterà tutti d’accordo: Kevin. Sì, Kevin Pearson –interpretato da Justin Hartley– vale letteralmente tutta la serie (oltre ad essere un piacere per gli occhi!).

Perciò, preparate popcorn e fazzoletti e via di maratona o rewatch. Buona visione!

Articolo scritto da: ALESSIA IANNOTTI

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